NAPOLI – Non è solo un proiettile quello che ha fermato il cuore di Emanuele Tufano, 15 anni, in una notte di ottobre tra via Carminiello al Mercato e il Corso Umberto I. È il segnale di un’emergenza che ha superato ogni confine di guardia. Un ragazzino ucciso in un inseguimento da Far West, mentre la città “per bene” dormiva e quella “di sotto” scaricava caricatori tra le mani di adolescenti.
L’agguato e il silenzio dei vicoli
Emanuele era un ragazzo di famiglia onesta, lavorava in un’officina meccanica, ma quella notte si trovava su uno scooter nel posto sbagliato, con le persone sbagliate. La dinamica ricostruita dagli inquirenti parla di una vera e propria guerra tra bande di giovanissimi: un gruppo del rione Sanità contro uno del Mercato/Case Nuove.
La sparatoria è stata feroce: almeno 20 colpi esplosi. Emanuele è stato colpito alla schiena mentre fuggiva. È morto sull’asfalto, lontano dai riflettori che di giorno illuminano la Napoli turistica, ma a due passi da quella stazione centrale dove la vita scorre frenetica.
La confessione degli “insospettabili”
A rendere il caso ancora più attuale e inquietante è stata la svolta nelle indagini. Pochi giorni dopo, si sono presentati agli inquirenti due minorenni, di 15 e 17 anni, accompagnati dai legali. Hanno ammesso di aver sparato, parlando di una “difesa” dopo essere stati aggrediti dal gruppo di Emanuele.
Ma il punto non è più solo chi ha premuto il grilletto. L’attualità del caso risiede nel nuovo volto della criminalità minorile: ragazzini che non hanno legami diretti con i grandi clan di camorra, ma che ne scimmiottano i codici, girando armati per futili motivi, per uno sguardo di troppo o per il controllo di un marciapiede.
Un allarme sociale
L’omicidio Tufano ha riaperto il dibattito sul “Decreto Caivano” e sulla necessità di interventi che vadano oltre la semplice repressione. Mentre i social si riempivano di video tributo con musica trap e cuori neri, le istituzioni si sono interrogate: come può un quindicenne avere accesso a una semiautomatica con tale facilità?
Oltre la cronaca
Oggi il caso è ancora nel vivo della fase giudiziaria, con le analisi balistiche e l’esame dei cellulari che stanno svelando un sottobosco di chat e minacce social che avevano preceduto la notte del sangue. La morte di Emanuele resta una ferita aperta che urla una verità scomoda: a Napoli si può morire prima di aver imparato a guidare una macchina, in una guerra tra bambini che non prevede prigionieri.
